Conflitto e performance

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“Basta leggere i titoli sulla copertina di una rivista di psicologia -“come scegliere una vita più semplice e serena“, “risparmiare tempo e godersele un diritto“, “capire la depressione: come aiutare a vincerla“, “il massimo rendimento cerebrale: le tecniche per ottenerlo”, “come vincere la rabbia usarla proprio vantaggio“- per capire come i messaggi lanciati si riferiscono tutti, senza eccezioni, all’idea della performance, traducendo in particolare la sofferenza in termini di scarsa performance piuttosto che di conflitto interiore.

Sei arrabbiato? Non è nel tuo interesse! Impara a gestire correttamente la rabbia in modo da poterne trarre vantaggio! Sei depresso e vuoi essere compreso? Impara piuttosto vincere la tua depressione: non c’è migliore comprensione della tecnica che ti aiuterà a farlo. Sei stressato perché la tua vita è complicata? Cambia la tua personalità, sbarazzati di quella vecchia, troppo negativa, e scegline una nuova. Quello che “sono” è una questione di scelta e, se si tratta di scegliere, tento di fare il mio interesse! Impara a gestire correttamente la rabbia in modo da poterne trarre vantaggio! Sei depresso e voglio essere compreso? Impara piuttosto vincere la tua depressione: non c’è migliore comprensione della tecnica che ti aiuterà a farlo. Sei stressato perché la tua vita è complicata? Cambia la tua personalità, sbarazzati di quella vecchia, troppo negativa, e scegline una nuova. Quello che sono una questione di scelta e, se si tratta di scegliere, tento di fare il mio interesse! È il modello dell’homo oeconomicus da più parti evocato, per spiegare il successo delle nuove forme di valutazione e il cui modo di soggettivazione basato sull’interesse. È quell’homo oeconomicus i cui comportamenti in ultima analisi vengono spiegati come scelte individuali, a prescindere dalle condizioni che determinano quelle “scelte“, che nessuno poteva fare al posto suo: il suo interesse è un effetto il riducibile a quello degli altri, per non dire sacro. Peraltro questo homo oeconomicus si presenta più come l’inventore che come consumatore, anche se il capitale su cui investe non è altro che se stesso.

In questa prospettiva il “capitale umano“ dell’individuo gli appare come ciò su cui può investire per migliorarlo e trarne profitto. Quando porto avanti i miei studi, quando mi prendo cura dei miei figli, quando controllo la mia salute, aumento il mio capitale materiale, le mie competenze, valorizzo il capitale rappresentato dai miei figlio o dalla mia salute. E così divento competitivo sul mercato del lavoro, o semplicemente sul piano del “successo nella vita“, proprio come fa un’impresa che si prende cura del suo “capitale materiale “per essere competitiva nello spazio del mercato, o come fa uno Stato che investe in “innovazione“ (cioè nella capacità del suo capitale umano di inventare nuovi modi di lavorare, nuove tecnologie) per essere competitivo, e nello spazio internazionale. E per fare questo non c’è niente di meglio di un po’ di valutazione: qual è il mio capitale? Qual è la rendita del mio investimento in termini di tempo, cura, affetto per i miei figli? Qual è la mia performance in relazione agli studi che ho fatto? O ancora, le cure che sto facendo non adeguato rapporto costi-benefici? Avendo buona attitudine alla leadership, come mi è stato riconosciuto, posso investire questo saper-essere in un settore più interessante e cioè più remunerativo di quello in cui sto lavorando attualmente?

Il capitale umano, tanto quello “acquisito“, quanto quello “innato“, appare qui come una semplice fonte di investimento: l’ideale di un uomo dalle capacità fisiche e mentali dilatate grazie progressi delle tecnologie biomediche si va diffondendo in parallelo all’interpretazione di ogni fragilità, negatività, sofferenza, conflitto in termini di scarsa performance. Se il vecchio“ e io “portava in sé l’ideale di una profondità conflittuale insondabile nella sua interezza, o addirittura estetizzava la sua sofferenza come segno di una vita superiore, le nuove identità sono invece tutte protese verso l’imperativo della performance come evacuazione di ogni profondità e di ogni intimità segreta: in una parola, di ogni conflitto. L’ideale del soggetto post moderno è quello di essere liscio, senza qualità e flessibile, ovvero di non essere nulla per poter diventare tutto in funzione di imperativi esterni di adattabilità.”

A. Del Rey

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